Mettere a sistema la cultura a Napoli

Il 26 maggio 2012 presso il PAN si è tenuto un incontro pubblico sul tema “Napoli: la cultura come sistema. Occasione di sviluppo economico e sociale”. In quell’occasione, sono emersi alcuni spunti interessanti che qui proviamo a riproporre, in quanto costituiscono la base da cui è iniziato il percorso della nostra Associazione.

1. Le grandi potenzialità della città

Un primo elemento che è emerso da tutte le testimonianze è la presenza diffusa a Napoli di un patrimonio culturale straordinario in tutti i settori della cultura. Tale patrimonio non è costituito solo dalle straordinarie eredità del passato, ma anche da una grande vivacità culturale, che oggi trova ricche e variegate espressioni. Così, ad esempio, alla grande tradizione della canzone o del teatro napoletani, corrisponde oggi in entrambi i settori una grande attitudine alla sperimentazione e al lancio di nuovi talenti, che riescono a raggiungere grande successo sui mercati nazionali ed internazionali.

2. I napoletani e la cultura

Il rapporto dei cittadini napoletani nei confronti della cultura è “altalenante”. Se si escludono alcune élite, una grande parte della popolazione napoletana passa da momenti di entusiasmo e di grande partecipazione  in occasione di manifestazioni rilevanti o di grandi eventi, a comportamenti di indifferenza o di scarsa attenzione verso la cultura.  Si pensi, in tal senso, alle scarsissime presenze registrate presso il museo di Capodimonte (visitato da un napoletano su dieci, secondo Vona) o al silenzio che ha accompagnato il trasferimento a Salerno del Teatro Nuovo (evidenziato da Renzi) o alla degrado di tante chiese storiche (circa 200, secondo Vona), abbandonate a sé stesse, anche quando sono disponibili le risorse per una possibile ristrutturazione.

3. La mancanza di continuità

Le iniziative in capo culturale, anche quando si rivelano utili e di successo, mancano di continuità. Si lanciano nuove idee, spesso legate a singole personalità, su cui si investono risorse e attenzione, ma poi viene meno la perseveranza, dote indispensabile per costruire nel campo della cultura. Spesso si preferisce investire sul grande evento che “fa rumore”, piuttosto che nel progetto più complesso che richiede tempo e promette risultati duraturi ma non sempre visibili. Gli incarichi vengono attribuiti secondo logiche di vicinanza politica o di opportunità, piuttosto che guardando alla competenza e alla prospettiva del lungo periodo. Così, quando anche si coinvolgono persone capaci (il che non sempre accade), raramente si offrono loro le condizioni per operare bene e per un tempo sufficiente. Inoltre, troppo spesso di indirizzano le poche risorse verso il finanziamento di progetti molto rilevanti, senza considerare le esigenze di gestione (come ha sottolineato la Di Nocera).

4. La scarsezza delle risorse finanziarie

Il pubblico ha sempre meno risorse. Questo è vero in assoluto, ma è particolarmente vero a Napoli, dove tutti gli enti locali (Comune e Regione in primis) vivono una situazione di straordinaria emergenza finanziaria. Ciò impone di dedicare un’attenzione estrema all’allocazione delle poche risorse disponibili, evitando, al tempo stesso, la loro concentrazione su pochi progetti più grandi (il che porterebbe ad una penalizzazione di tante preziose realtà che non possono prescindere da un minimo sostegno pubblico) e la frammentazione in mille rivoli, di difficile controllo e di dubbia efficacia.
Ciò sottolinea la urgente e non più rinviabile necessità di costruire una rete, di mettere insieme gli attori pubblici e privati per usare al meglio le poche risorse e per non disperdere le energie.
Inoltre, occorre individuare modalità di coinvolgimento del privato, che portino ad una riduzione dell’onere pubblico e ad una maggiore responsabilizzazione sui risultati. Qui, però, si sconta un’ulteriore deficit per la debolezza del sistema delle imprese e delle banche in un territorio storicamente debole sul piano economico, come quello napoletano.

5. L’esigenza di spazi qualificati

Da più parti è stata sottolineata l’esigenza di creare spazi qualificati dedicati alla cultura. Tali spazi dovrebbero essere caratterizzati da una logica polifonica e polifunzionale, rispondendo insieme alle esigenze di tutela, conservazione, valorizzazione, fruizione, formazione. Così, si è parlato di un Museo della Musica, che accolga testimonianze del passato ma che sia aperto a funzioni interattive e performative, per cui esiste già uno stanziamento di 10 milioni di euro (Scialò), di una Casa del Cinema per sostenere le attività di formazione, per creare spazi ove conservare materiale audiovisivo disperso in collezioni private e pubbliche, di uno sede fissa per la Nuova Orchestra Scarlatti (Russo).  In tutti i casi, occorre trovare soluzioni sostenibili nel tempo, per evitare che il problema torni a presentarsi dopo qualche anno.

6. L’opportunità di valorizzare le iniziative valide esistenti

Prima di lanciarsi in nuove complesse sperimentazioni, occorre provare a valorizzare ciò che di valido già esiste sul territorio. Questo non è successo per il Teatro Nuovo, che si è trasferito a Salerno, dove ha trovato un’amministrazione pronta a sostenere l’iniziativa con spazi e finanziamenti (Renzi). Potrebbe e dovrebbe accadere per altre realtà come il progetto “Teatrum” che si svolge annualmente presso la Certosa di San Martino (Baffi) o per il Napoli Film Festival, che da anni dimostra di poter stare sul mercato, pur nella mancanza di risorse stabili (Stella) o per i corsi di formazione dell’Accademia delle Belle Arti, autofinanziati ma bisognosi di ulteriori spazi e supporti (Franco). Si tratta di iniziative interessanti, che già hanno dimostrato d poter essere sostenibili, ma che dovrebbero essere sostenute opportunamente, anche a livello istituzionale, ed integrate in un più sistematico processo di pianificazione. Sarebbe, poi, opportuno pensare ad un’Attività di sistema di lungo periodo che coinvolga in maniera orizzontale tutti gli attori che operano sul territorio ( nello specifico delle arti contemporanee) e per questo realizzare un organismo produttivo sotto il marchio di “Napoli Contemporanea”, puntando ad avere come referente l’Unione Europea unico ente capace di finanziare progetti di medio-lungo periodo ( Maria Pia Incutti).

7. La mancanza di una visione strategica chiara e condivisa

Negli ultimi anni è mancata una visione strategica e una pianificazione sistematica in campo culturale. Non sono chiare le priorità e – quando lo sono – rischiano di esserlo per poco, perché un cambio nell’amministrazione degli enti locali o ai vertici di un ente di settore determina generalmente vere e proprie rivoluzioni copernicane, che vanificano gli sforzi compiuti nel recente passato. Occorrerebbe, invece, passare ad una prospettiva di lungo termine, sviluppando una “visone” del futuro che non dipenda dagli umori dell’amministrazione di turno, ma sia condivisa da tutti gli operatori specializzati, che potrebbero essere organizzati in consulte settoriali secondo un modello di partecipazione qualificata e realmente in grado di condizionare le scelte in materia di politiche della cultura (Stella).

8. Lo sviluppo verticale delle filiere

In molti casi le filiere culturali risultano monche, nel senso che Napoli si rivela ancora e più che mai una straordinaria fucina di talenti, culla elettiva di creatività, ma fatica ad offrire ai giovani emergenti occasioni valide di valorizzazione delle proprie capacità. Il giovane, cresciuto sotto gli stimoli della città, spesso formato dai corsi frequentati e dalle prime esperienze vissute nel territorio, è costretto ad emigrare per trovare valide opportunità. Napoli è una città che “genera” cultura, ma difficilmente la “produce”, in quanto il sistema è carente in quelle fasi della filiera che prevedono l’industrializzazione e la distribuzione del prodotto culturale. Potrebbe essere utile provare a colmare queste lacune, magari anche attraverso processi di imprenditorialità diffusa che potrebbero coinvolgere i giovani napoletani: in tal caso, sarebbe, però, necessario ottenere l’appoggio di imprenditori più solidi e di enti pubblici, come la Film Commission, che in altri territori (Puglia) sono fortemente impegnate per la promozione del territorio.

9. L’integrazione con le filiere complementari

La cultura può produrre valore per il territorio non solo attraverso i ricavi diretti per gli operatori del settore, ma anche e soprattutto con la valorizzazione del territorio, sia ai fini dello sviluppo di flussi turistici qualificati, sia ai fini del supporto alle produzioni tipiche locali. In tal senso, il “sistema” non deve intendersi limitato ai settori tipicamente culturali. Per ottenere una reale moltiplicazione dell’impatto economico delle iniziative e delle risorse culturali, sarebbe necessario sviluppare anche quei settori complementari: dal turismo all’artigianato di qualità, dalla gastronomia tipica ai servizi di entertainment, fino ad arrivare alle cosiddette “industrie creative” (design, moda, pubblicità, ecc.), che attingono continuamente al clima culturale per alimentare i propri processi di innovazione continua. A questo proposito occorre immaginare un sistema culturale fortemente integrato con un  processo di governance misto che operi su strumenti di marketing territoriale leggeri e flessibili ma dal forte impatto comunicativo. In questo senso costituisce un interessante caso di studio il rilancio economico e culturale di Torino attraverso la creazione di una rete mista pubblico-privata concentrata sulla diffusione territoriale di nuove forme imprenditoriali terziarie legate alla cultura.

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