Cultura glocale

di Mario Franco
intervento proposto in occasione dell’incontro del 1 marzo 2013

L’insieme di attività rientranti sotto la definizione di industrie della cultura (cinema, audiovisivo, editoria, artigianato, musica) forniscono lavoro a circa 7 milioni di europei. Stando a un’interpretazione anche più estensiva del settore, nel 2010 solo in Italia il valore aggiunto è stato pari a quasi 70 miliardi di euro, quasi il 5% del VA totale, occupando circa il 7% dei lavoratori. Oltretutto, perfino nel triennio di crisi 2007-2010 l’industria culturale ha fatto registrare un positivo trend di crescita, assumendo circa 13mila persone (dati di uno studio Unioncamere, come riportati da Il Sole 24 Ore).

Non è tutt’oro quel che luce: si tratta spesso di lavoro precario e malpagato (un giovane archeologo a Pompei guadagna meno di 1000 euro al mese e non sa per quanto; la riforma dell’Empals ha reso ancora più problematico il futuro di attori e musicisti). Comunque non è vero che “la cultura non paga”…

Tra le nostre progettualità includerei un’azione di coordinamento (musei, scuole, fondazioni, teatri, biblioteche) ovunque ci sia creatività e ricerca artistica. Al di là delle nostalgie, bisogna domandarsi: oggi che cosa stiamo producendo? Possiamo chiedere allo Stato (quale governo???) di sostenere, con adeguate politiche fiscali, piccole imprese creative, gallerie, collezionisti, mecenati?

Napoli è una buona “cassa di risonanza” (non solo per la monnezza, gli scippi e la camorra) grazie ai suoi attori, musicisti, artisti. Possiamo volare alto e chiedere che si attuino finalmente politiche di defiscalizzazione per privati che acquistino opere d’arte o che sostengano, con forme di mecenatismo, istituzioni e progetti culturali; defiscalizzazione per le aziende che investano in cultura, o che producano progetti culturali. Sostegno alle nuove imprese creative e alle imprese giovanili in fase di start up, attraverso strumenti di consulenza e di finanziamento. Rimodulazione dell’IVA per prodotti culturali (per si applica solo ai libri. Perché non alla musica e all’arte figurativa?)

Se questo chiediamo allo Stato, gli enti locali vanno incitati ad una chiara volontà di rinvenimento dell’identità culturale e artistica: dal recupero della tradizione alla produzione di nuove realtà connesse sì al genius loci, ma capaci di dialogare con i grandi mercati globali e le più prestigiose istituzioni culturali del mondo.

Poiché siamo convinti che a una cultura e a un mercato “global” si può rispondere con le chance di una cultura locale (declinata, però, secondo logiche di competitività e di dialogo internazionale) il “glocal” e la sua valorizzazione costituiscono un new deal che ci può condurre oltre la crisi attuale. Cultura come strategia di sviluppo che nasca dalle specificità e dalle sapienze dei territori.

L’ente locale (Comune, Provincia, Regione) può attuare politiche di agevolazione e di sostegno (se non in termini economici, con l’offerta di servizi e spazi) per imprese culturali e artistiche, per incentivare la produzione e la diffusione delle specificità locali a favore del turismo culturale, incrementando e sviluppando servizi e strategie di comunicazione, azioni di tutela e conservazione del paesaggio e dei beni culturali, secondo standard europei e con investimenti per l’innovazione tecnologica, così creando anche occasioni di lavoro anche fuori dai grandi centri e verso le periferie (musei, scuole, biblioteche, circoli, gallerie, cinema, teatri … ). Il coinvolgimento dei privati nella gestione degli spazi culturali pubblici non può essere affidato solo a forme utopiche di mecenatismo (vedi richieste PAN) ma sperimentando il modo in cui la managerialità, l’efficienza e la tempestività del privato possono compensare la lentezza burocratica e la mancanza di competenza del pubblico, superando l’attuale ristrettezza finanziaria e riuscendo ad aumentare qualità e profitto, aiutato da quelle istituzioni che hanno la proprietà degli spazi utilizzabili per progetti culturali e strategie turistiche.

Purtroppo va in controtendenza quanto previsto dal D.l. n. 95 (art. 4, comma 6), secondo il quale i servizi fino ad ora dati in appalto a fondazioni e società private dal primo gennaio del 2013 dovranno essere eseguiti esclusivamente dal pubblico. Fino ad ora c’è stata solo la protesta e la difesa ad oltranza di chi e di quanti (le cosiddette “società di servizio”) non intendono rinunciare a rendite di posizione consolidatesi negli anni e che, sull’equivoca ideologia della «valorizzazione dei beni culturali», si sono ben presto trasformati in gestori della nostra storia, grazie all’inadeguatezza, al dilettantismo, alla presunzione e all’arroganza dei politici, di cui sono emanazioni “organizzative”.

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura”, articolo 9 della Costituzione. Letto oggi sembra una favola d’altri tempi! Quelli “moderni” chiamano in causa il mercato poiché “il prezzo è una delle componenti di ogni strategia di marketing”. Dove però il marketing è invocato non per promuovere sviluppo, come nella migliore tradizione liberista, ma per mantenere questa stagnante sussistenza.

Nel convegno recente del MAXXI, il ministro Corrado Passera ha affermato che «in un mondo sempre più globalizzato, vince chi ha una riconoscibilità forte e da questo punto di vista il patrimonio e l’industria culturale italiana fondano la loro identità», individuando l’errore degli ultimi anni nella divisione tra valorizzazione e tutela, e non nella loro interazione. Uno dei motivi alla base di tale situazione, oltre a essere una forma mentis saldamente sedimentata, è la convinzione teorica di doversi rivolgere a target predefiniti di utenza, dove colti e ignoranti sono categorie ben delimitate e separate, non accettando invece l’opportunità di contaminazioni creative e della necessaria educazione alla cultura che passa anche, inevitabilmente, attraverso la proposizione di progetti e prodotti validamente diversificati.

Stabilire sinergie tra arte contemporanea, musica, teatro e cinema è una strada fondamentale per formare nuovi talenti e nuove competenze professionali. È quello che accadde in modo spontaneo negli anni Settanta e Ottanta, quando la molteplicità di iniziative tra arte, musica, teatro, cinema, giornalismo, tv pubblica e privata, micro e macro eventi, si fondevano in una visione contraddittoria, ma totalizzante. Ancora oggi contiamo su quelle esperienze e su quei protagonisti.

C’è il problema degli archivi, delle collezioni private, che andrebbe affrontato. Ho detto e scritto più volte che le amministrazioni pubbliche sembrano animate non solo da indifferenza, ma da un raptus iconoclasta.  Sembra che ci sia la volontà di cancellare il nostro passato, la nostra memoria. Interi patrimoni vanno altrove: nel museo del cinema di Torino, nelle mediateche di Rovereto… bisogna che questo “cupio dissolvi” finisca. Potremmo lavorare (insieme al Comune?) a un centro di coordinamento che sappia scegliere e orientare, unire e promuovere. Si potrebbe cominciare con il censire le attività e i patrimoni più interessanti e provare a stabilire un tavolo comune per valorizzare iniziative e stimolare confronti e produttività. Una “mappatura” (brutta parola di moda) dei “tesori sepolti” in collezioni pubbliche e private.

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